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Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente.

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venerdì, 10 febbraio 2006

Il mio augurio (Asya's Birthday)

L'ambiente che si schiuse al di là dei battenti era il riflesso brunito delle mie aspettative: tetro, barocco, zeppo di mobili scuri, di tappeti, d'arazzi, specchi e consolle dorate dalle gambe sottili. Vellutò un balenìo di pulviscolo, s'accese, galleggiò d'una sua vita silenziosa all'apertura (una striscia concessa, solo quella, e gialla d'ambra), dei micragnosi scuri. Poi si smorzò, e tutto tornò a tacere. Case d'un altro tempo, avare dei toni forti della vita, di quel che non è mesto, invise al chiasso, dunque, e alle urla, alla luce, e a grida petulanti di bambini, umide e intrise d'una penombra greve, lo giaculare del rosario al pomeriggio.
Avevamo telefonicamente negoziato, e non nascondo l'evidente ritrosìa ("Lasciamoglielo, dài, che ce ne importa? Uno di meno, e poi è ridotto a un cencio"), il recupero del telo di lino che, steso fuori ad asciugare, era finito sul loro terrazzo. Me l'ero visto strappare via da una ventata, planare, accartocciandosi scomposto, e rimanere poi appigliato in mezzo ai riccioli di ferro battuto del balcone.

"Dunque -mi lasci dire- l'aspetto all'ingresso".
"Non si disturbi, signora, posso scendere giù nel cortile. Me lo lascia cadere dal balcone"
"Ma cosa dice? L'aspetto"

"La sento, sa? quando parla alla sua figliola"
"Sì. E' una cosa che adoro. Mi piace leggerle le fiabe, inventargliele, raccontarle le cose di tutti i giorni"
"Si ricordi  - io lo so bene, ho insegnato per trent'anni - non sono quelle le cose che resteranno. Resterà l'essenziale: la voce, l'atmosfera"

Quando tua madre ebbe i primi dolori io stavo girando per uffici e sindacati. I cellulari ancora non esistevano. Ci furono risvolti comici in quel travaglio; tua madre si rivolse seccamente al primario (e sì che era uno borioso, quello, ed incazzoso assai) e gli disse:
"Ma insomma, ci sono solo infermieri qui dentro? Lei che vuole! Vada a chiamarmi un dottore!".
Ci furono d'altronde risvolti assai drammatici. Avevi l'ittero che non voleva andare giù, sicché passasti le tue prime settimane sotto una lampada con una benda agli occhi. E una mattina, quando vidi che t'avevano infilato sotto la cute della testa pure l'ago della flebo ("Per reidratarla", - mi dissero - "E' normale, tutto normale amministrazione"), andai vicino, molto molto vicino, a sfasciare mezzo mondo.
Il nome che porti - poi lo scoprimmo - è abbastanza comune in Tunisia. E all'epoca ce l'avevi solo tu.

"Si ricordi  - io lo so bene, ho insegnato per trent'anni - non sono quelle le cose che resteranno. Resterà l'essenziale: la voce, l'atmosfera"

Ho atteso un poco, sotto le coperte, accucchiaiato in posizione fetale. Lo faccio sempre, prima di abbracciarla, non mi va di toccarla a mani fredde. Le ho detto "Buona notte". Mi ha risposto, nel sonno, un pastoso "Hmm". Ed ho sentito agglutinarsi dentro il buio lo sbocco di un dolore, come un respiro essenziale.

postato da: fuoridaidenti alle ore 14:33 | link |
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