"Ti prego, no, non è affatto necessario".
Il tavolino è in un angolo appartato, esattamente come avevo richiesto. C'è un cartoncino, e ci si legge il mio nome.
"Se vuole, prosegua pure... continui, prosegua pure, mica finisce qui".
Il tipo ha una barbetta da quacchero molto curata, che gli lascia scoperto un labbro bello carnoso. Indossa una camicia bianca, con il colletto alla francese. Lo porta abbottonato. Ha percepito -come fosse il progredire d'un alone- una certa delusione nel mio sguardo. Sembra nulla, ma una penombra rumorosa... una fuga di prospettive disarmoniche... chissà dove risiede il punto di squilibrio, alle volte. Una cena, in fin dei conti, è innanzitutto una questione di fiducia. Di equilibri. Sta di fatto che se ne è accorto subito. Sono questi i requisiti, senza dubbio, che fanno d'un qualunque locale il posto giusto: l'attenzione meticolosa nei dettagli, la cura puntigliosa del cliente. E' evaporato, con un sorriso e quella strana barba, lasciando un lieve sentore di deodorante. Ci siamo incamminati -tu davanti, io che ti guardavo i fianchi- in silenzio lungo un buio corridoio. Il soffitto pareva fatto a mattoncini. A terra un parquet di doghe lasciate al grezzo. La luce -fioca- si diffondeva da uno strano lampadario. Sembrava una grossa matassa di metallo, un gomitolo d'acciaio, qualcosa del genere. Ci stava da dio. In fondo, oltre la porta a vetri, un giardino. Non c'era nessuno, solo cinque tavoli. Abbiamo preso posto in un angolo. Scorreva acqua, da qualche parte, una fontana.
"Ti prego, no, non è affatto necessario".
T'ho accarezzato il profilo, e sorridevi. Avevi quel vestito nero di "Liu-Jo". Me lo ricordo perché, tanto per cambiare, volevi metterne un altro, uno grigio, con un fiore su una spallina. Ti ho detto misura questo per piacere, e non c'era proprio storia. Sei così tu, fotogrammi di cui non posso fare a meno. Come stai con la schiena, per esempio. Dritta così, da fare tenerezza.