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Blogger: fuoridaidenti
Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente. Non fumo. E' una posa.

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domenica, 16 luglio 2006

Crudo così, e senza troppi filtri

Vedo come avanza. Giorno per giorno. Non gli è ancora nel cono d'ombra, però quasi. Cincischia, si prende tutto il tempo necessario. Si trascina, lui, anfanando col tutore. Su e giù, più volte, lungo il corridoio. I capelli giallastri sono penne. Sbotta "Che schifo!" ogni qual volta sente il jingle della "pasta di riso Scotti" alla radio, sintonizzata fissa su raidue. Ma lo fa senza crederci oramai, come se fosse un rutto che gli scappa. O una sorta di riflesso pavloviano. E poi, immancabilmente, "Se potessi poggiare la testa sul cuscino. E via così...". La voce è lamentosa, un soffio, l'incipit d'un pianto. Mi guarda. Io guardo lui, poi entrambi. Nello specchio, un trapezio ondulato a fianco al letto. Li disegnava lui, per hobby, ché il suo lavoro vero erano i fiumi. E sovrastavano credenze in palissandro. Modernariato, oggi. La mia amica dice starebbero bene a casa sua. Da ragazzo, la sera, facevo uguale. Mi toccavo i capelli sulle tempie, stavo al telefono e mi guardavo in questo specchio. In questa stanza. E sotto questa luce. Vedo come avanza. Giorno per giorno. Gli lascia segni, aggiunge qualche dettaglio. Mi chiedo, a lavoro finito, che sarà. E quanto tempo. Quanto tempo ancora.
L'arrossamento del gomito destro
Ci si puntella per alzarsi dal letto. E' un occhio scuro e livido, dai contorni precisi. Ci si legge il progredire di squilibri, d'oscillazioni, di difficoltà.
La sottigliezza della pelle
sugli stinchi. Lucida. Quasi quasi, a sfregarla, viene via. Ci sono un po' di croste, qualche piccola ferita. Chissà, forse ha sbattuto involontariamente nel tutore. Per alzarsi, magari, o andando al cesso. Non sono segni di punture d'insetto. D'altronde lui non lo pizzicano, come è raro che sudi. Sembrano scogli emersi in una foce azzurrina. Dendritico il disegno delle vene.
I piedi
glieli cura la pedicurista. Viene una volta alla settimana. Lo prende in giro perché non ha i calli. Non ne ha mai avuti, e adesso anche volendo...
La vaghezza con cui individua il mondo intorno
L'occhio è cisposo, umidiccio, giallastro. Di leggere non se ne parla più. In questi giorni gli leggo io i giornali. La Repubblica e il Mattino. Ce li porta il ragazzo alle 8,30. Io sfoglio, commento, attacco a leggere, ma dopo un po' nella mia voce una penombra mi sembra come se l'invitasse ad affondare. Poi c'è qualcosa che evidentemente lo disgusta. Schiocca la lingua, apre la bocca, si volta, come tentando d'abbrancarsi a chissà che. Balèna, forse, un altrove di ricordi. Tonfa deluso nuovamente qui.
L'insofferenza verso il livellamento
cui il letto lo costringe. Alle volte si scuote, come emergesse da un incubo, chissà. Prova a rizzarsi, fa una smorfia per lo sforzo, che è lungo lungo e deve farcela da solo. Resta seduto, si avvicina il tutore, cerca qualcosa con gli occhi. Vuoi alzarti? Vuoi che ti aiuti? Niente. Zitto. A mano a mano riallontana il tutore, si abbocca, si lascia andare. Torna feto.
Il lato destro
ha detto, lo sto perdendo. Me ne ero accorto quando calzava le pantofole. Come se stesse provando ad imboccarsele con il piede di un altro.
La postura
intanto che si trascina col tutore. Sboffa il vuoto dei calzoni del pigiama. Una sagoma che non ha niente più di lui.

Mando un fuoco di fila di messaggi. Saremo una decina. Il 27. Di giovedì, ché il giorno dopo qualcuno c'ha la cena dell'azienda. Prima andremo a nuotare e dopo a cena. E dopo ancora a bere. Domattina i negozi sono aperti. I saldi qui sono cominciati da un pezzo. Ho visto un bel vestito di Paoloni. Grigio, di shantung, con una linea accattivante.

postato da: fuoridaidenti alle ore 16:00 | link |
categorie: fumus et fragmenta, donde provengo, paternalia

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