Io non so più, con il passar del tempo, se ha un senso, se esiste, e dove, un punto fermo. Ho l'impressione che sia legittimo e doveroso non porsi più -mai più- problemi di coerenza. Si è coerenti con la parvenza delle cose, su cui erigiamo castelli di opinioni. Io dico che l'ambiente circostante, il confronto con sé stessi e tutto il resto è il risultato d'una strisciante mediazione che varia a seconda di come oscilla in qualche modo la soglia delle nostre tolleranze. Soffio, respiro, anima, animale, selvatico, domestico, mansueto, educato, più o meno temperato, raffinato. Tante scorze, simulacri d'altre scorze.
Lo ricordavo bene l'avvocato, meticoloso, infilare la sigaretta nel bocchino d'avorio. Nutriva una passione sviscerata per la letteratura e la filosofia. Garbatissimo, un gran camminatore, impeccabile con grisaglia, farfallino, le scarpe sempre lucide e i declivi dei baffi che parevano dipinti. Quando sedeva non avrebbe mai mancato di tirare d'un mezzo palmo su le brache. In questo modo ne serbava la piega, precisa come fosse tirata col filo a piombo. Ci facevamo delle lunghe chiacchierate; o meglio, lui parlava ed io ascoltavo. Il padrone chiudeva un occhio, comprensivo. Covava una sorta di mite reverenza. Si trattava pur sempre di un cliente che dava un certo lustro al suo locale. Tutti i giorni, puntuale a mezzogiorno, l'avvocato si sorbiva l'aperitivo. "Ossequi -caro- e omaggi alla signora", guadagnava l'uscita con discrezione.
Ripete, accompagnandomi alla porta, sua moglie, "Quanto eravamo ricchi!". Io trattengo un sorriso di circostanza. Lo specchio sulla consolle scura all'ingresso me lo rimanda tutto sbracato, è nel salotto. Un ghigno belluino gli attraversa il viso, la barba incolta, è tutto impataccato. "Non rompermi il cazzo brutta puttana!" le ha urlato prima con un livore infinito. Senza ragione. Cova un odio verso tutto. "Mi spiace l'abbia rivisto in questo stato. Se penso a quanto eravamo ricchi!" La porta grevemente mi s'è chiusa alle spalle. Sento che ricomincia a strepitare.
E ho visto noi, lungo la linea del bagnasciuga, l'estate scorsa, orme prima dell'onda.
Tornato a casa, mi sono detto è l'ora giusta per prepararsi un buon caffé. Nella cucina, dove finiscono i pensili, il muro mostrava tracce umide e nere. Non me ne ero mai accorto. Ci ho passato la mano, prima esitando, poi deciso. Meccanicamente ho cominciato a ripulire. Quando tu sei tornata mi hai trovato che smontavo la zoccolatura alla base dei mobili. Lì sotto, come arterie dentro un corpo, cavi della corrente, tubi di scarico. E fuliggine. "Bisogna ripulire" -ho detto- "che fai, prendi un caffé?" Aspirare la polvere, sgrassare. E controllare, specie dove non ci pensi.