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Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente. Non fumo. E' una posa.

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lunedì, 23 ottobre 2006

Anche se a dire il vero l'uva passa l'allontano

La cucina ha un rivestimento di piastrelle alto fin quasi al soffitto. Individuo un disegno, uno sciame di bolle colorate, obliquo, su un fondo tenue ed uniforme. M'appoggio al tavolo -lascio le buste, uno sbuffo e s'accasciano pian piano- alle spalle ho una collezione di bottiglie. Ronza all'angolo il frigorifero. Sposto la prospettiva dal corridoio (un gatto incrocia il mio sguardo pigramente) dove gorgoglia un acquario e dove un pesce sta appiccicato alla parete di vetro, grufolando. Ho detto prima, entrando, che questo posto, per i colori, queste bolle arancio, potrebbe piacere ad Almodovar. M'indirizza un sorriso familiare. Sono a mio agio. Perfettamente. Sto da dio.
Scaròla, olive, capperi, pinoli, acciughe, uva passa a stufare in un tegame. Stira la sfoglia, il forno è a temperatura. Venti minuti, mezz'ora al massimo. Il profumo, tra le volute di vapore, traccia un percorso fitto di ricordi: tavole a festa scemano in brusìo. Gli racconto. Ci facciamo una risata. Verso del vino rosso in due bicchieri che hanno una forma che ricorda i tulipani. Mi dice di questa casa e del palazzo, che a Natale era consuetudine lasciare le porte aperte, s'era tutti in famiglia. Oggi molti sono scomparsi: chi è andato, chi ha venduto. "Lo sai" -le faccio- "le case come questa hanno un linguaggio di cui siamo plasmati. Voglio dire, sono immediatamente comprensibili. Sebbene sia la prima volta che ci entro è come se in qualche modo già sapessi. Questa struttura -nell'intimo- m'appartiene. La storia, intendo, lo spirito del tempo. Si rimane coerenti a queste cose".
Sono arrivati gli amici. S'è mangiato, fumato, chiacchierato. Dell'impossibilità ontologica del nulla, della necessità di un qualcuno, di un qualcosa cui affidare i nostri figli disperati. Ho il rammarico di essere dovuto scappare troppo presto. Ma avremo modo. Certamente avremo modo.
Dalla finestra della mia cucina lascio i pensieri vagare ed impigliarsi tra gli scheletri delle antenne sopra i tetti. Ci sono certi momenti -punti estremi- come cesure d'un'ombra sulle cose. Sui tetti è facile, sono zone di confine. Sanno la neve, e le bestemmie del vento, e i nidi, e il bruciare del sole quando è estate. Il mio posto, all'addensarsi del grigiume, è una finestra sbilenca sull'abbaino. Lo sguardo scivola su una distesa di coppi. La pioggia cade. Gocce in rivoli osservo scivolare come bisbigli lucenti nella gronda. A volte penso ci sia sangue nelle pietre. Che si straripi d'una lingua comune.

postato da: fuoridaidenti alle ore 19:59 | link |
categorie: fumus et fragmenta, minimal stories

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