La cucina ha un rivestimento di piastrelle alto fin quasi al soffitto. Individuo un disegno, uno sciame di bolle colorate, obliquo, su un fondo tenue ed uniforme. M'appoggio al tavolo -lascio le buste, uno sbuffo e s'accasciano pian piano- alle spalle ho una collezione di bottiglie. Ronza all'angolo il frigorifero. Sposto la prospettiva dal corridoio (un gatto incrocia il mio sguardo pigramente) dove gorgoglia un acquario e dove un pesce sta appiccicato alla parete di vetro, grufolando. Ho detto prima, entrando, che questo posto, per i colori, queste bolle arancio, potrebbe piacere ad Almodovar. M'indirizza un sorriso familiare. Sono a mio agio. Perfettamente. Sto da dio.
Scaròla, olive, capperi, pinoli, acciughe, uva passa a stufare in un tegame. Stira la sfoglia, il forno è a temperatura. Venti minuti, mezz'ora al massimo. Il profumo, tra le volute di vapore, traccia un percorso fitto di ricordi: tavole a festa scemano in brusìo. Gli racconto. Ci facciamo una risata. Verso del vino rosso in due bicchieri che hanno una forma che ricorda i tulipani. Mi dice di questa casa e del palazzo, che a Natale era consuetudine lasciare le porte aperte, s'era tutti in famiglia. Oggi molti sono scomparsi: chi è andato, chi ha venduto. "Lo sai" -le faccio- "le case come questa hanno un linguaggio di cui siamo plasmati. Voglio dire, sono immediatamente comprensibili. Sebbene sia la prima volta che ci entro è come se in qualche modo già sapessi. Questa struttura -nell'intimo- m'appartiene. La storia, intendo, lo spirito del tempo. Si rimane coerenti a queste cose".
Sono arrivati gli amici. S'è mangiato, fumato, chiacchierato. Dell'impossibilità ontologica del nulla, della necessità di un qualcuno, di un qualcosa cui affidare i nostri figli disperati. Ho il rammarico di essere dovuto scappare troppo presto. Ma avremo modo. Certamente avremo modo.
Dalla finestra della mia cucina lascio i pensieri vagare ed impigliarsi tra gli scheletri delle antenne sopra i tetti. Ci sono certi momenti -punti estremi- come cesure d'un'ombra sulle cose. Sui tetti è facile, sono zone di confine. Sanno la neve, e le bestemmie del vento, e i nidi, e il bruciare del sole quando è estate. Il mio posto, all'addensarsi del grigiume, è una finestra sbilenca sull'abbaino. Lo sguardo scivola su una distesa di coppi. La pioggia cade. Gocce in rivoli osservo scivolare come bisbigli lucenti nella gronda. A volte penso ci sia sangue nelle pietre. Che si straripi d'una lingua comune.