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Blogger: fuoridaidenti
Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente. Non fumo. E' una posa.

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martedì, 15 luglio 2008

Lusingato e commosso

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Lombardia, Cremona, Italy,
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categorie: casi umani, truculenze
lunedì, 14 luglio 2008

Ma in maremma il pollame è bandito?

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categorie: casi umani, truculenze
sabato, 12 luglio 2008

Incontinenze arcidiocesane statisticando

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Piemonte, Torino, Italy,
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12th July 2008 16:06:35 www.google.it/search?hl=it&lr=lang_it&q=piscia addosso&start=10&sa=N
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categorie: casi umani, truculenze
giovedì, 27 marzo 2008

Sinistra e Destra

Ciascuna al lato - sinistra e destra - a sé corrispondente, poggiano lungo le cosce flesse del mio corpo sì che passa quanto basta di spazio onde evitare che sudino tanto i palmi che le cosce, là dove queste a quelli son congiunte.
E' quasi l'alba, fa caldo sotto il piumone.
Si sono incontrate e scontrate, nella notte, sinistra e destra, più volte, bisbigliandosi cose a modo loro (vale a dire loquendo tattilmente, abborracciando, come può questa lingua parziale e in fondo muta; lingua di pelle, mediazioni di dita).
E' capitato che siano state interrotte nel mezzo d'un vivace scambio di opinioni e perciò dunque abbiano provato dispiacere, rammarico, sgomento, impotenza, frustrazione, un senso di per nulla sgravato, d'incompleto; insomma, un malloppo di cose dentro il gozzo (metaforicamente parlando, stante il caso).
E' capitato poi che un certo raccontare, vuoi per il tema, vuoi per il modo d'esporlo (come dire? una carezza leggera verso il polso, lì dove pulsa la vita, lo sapete, è come se venisse risucchiata e percepita fin nell'imo, come un tiro di coca, dritta diretta dove simboli, parole, inconscio individuale e collettivo fanno una massa fusa tuttosenziente e in fin dei conti di sé propriocettiva) abbia preso derive inaspettate, spumeggiando e schiumando e tracimando.
E' capitato (d'altronde, stando lì a mescolare, a permutare, a combinare, direi pure giocoforza!) che sia venuta fuori, perlomeno abbozzata, una parabola di cui non vergognarsi.
Ora s'intrecciano (mi rado? non mi rado?).
Cantano i merli (da quanto? non me n'ero accorto).


"Ci sono due tipi di verità: le verità semplici, dove gli opposti sono chiaramente assurdi, e le verità profonde, riconoscibili dal fatto che l'opposto è a sua volta una profonda verità"
Niels Bohr
giovedì, 24 gennaio 2008

Nevrosi isterica o sindrome ossessiva

Roberto vuole che racconti il fatto del tricheco. Ha detto promettimi che lo racconti. Siamo sul terrazzo di casa sua, all'ultimo piano. Tira un po' di vento ma c'è il sole e si sta bene. Il tempo di un caffé, poi lui deve scappare. Il suo paziente sembra che collabori di meno. Grasso che cola se riesce a fargli sgranchire appena le gambe. Non si alza più, o se si alza non cammina. Gli tocca afferrargli le gambe da steso, sul letto. Gliele massaggia, le piega in su, in giù, fletti, distendi. "Capirai! In queste mani" - dice, e me le spiana sotto gli occhi - "sembrano stecche da bigliardo, muscoli zero". Roberto ha due mani come badili. "Allora, lo racconti il fatto del tricheco?". Gli prometto che sì, che lo racconto, anche se non so cosa ci sia di tanto interessante. In pratica è il frusciare dei baffi sul cucchiaio. Quel suo paziente, quando lui l'imbocca, "Apra bene la bocca, professore", ha un modo di chiudere la bocca tartarughesco. Ogni boccone in cuor suo Roberto pensa speriamo che non faccia quel rumore, speriamo che non lo faccia. E invece gli scappa sempre, tutte le volte. Non riesce a sfilargli il cucchiaio dalla bocca senza che questo gli strusci sui baffi. Due bei baffi alla Nietzsche, dacché il tricheco. Roberto dice che ci resta affascinato, schifato e attratto nello stesso tempo, come ipnotizzato. Gli sembra che tutto accada alla moviola. Questo cucchiaio che piano piano fuoriesce, i peli che si incurvano elasticamente, si caricano d'energia, giungono a un punto di saturazione, lui se ne accorge, è inevitabile, lo prevede, non c'è niente da fare, frrr, sccchhh, raddrizzano la testa, frrr, sccchhh, strusciano sull'acciaio, frrr, sccchhh, minuscole goccioline di minestra sul metallo, sulle guance, qualcuna addirittura gli finisce sulla mano; frrr, sccchhh, come puoi renderlo un rumore così? Gli ho detto "Perché ti porti quelle forbici arrugginite? Hai intenzione di tagliarglieli?" Ha distolto lo sguardo. "Devo andare".
postato da: fuoridaidenti alle ore 23:14 | link |
categorie: casi umani, truculenze
giovedì, 08 marzo 2007

Le mie medie

Ho frequentato le scuole medie in un quartiere di Napoli chiamato "Fontanelle". Una scuola sperimentale per quei tempi: l'offerta formativa obbligatoria era integrata da attività di supporto pomeridiane. Potevi scegliere musica, fotografia, teatro, pittura, scultura, calcio, handball. Teatro ed handball non li scelse mai nessuno. Per il calcio c'era una fila di richieste che toccò organizzare un campionato a sei squadre; maglie, pantaloncini, scarpette e pallone regolari, il professore di Educazione Fisica ad arbitrare (e non potevi dirgli cornuto ché s'incazzava). In palio c'era una coppa e le medaglie. Vinsero quelli della III D. Per forza! Pluribocciati quasi tutti, sfoggiavano barbe e peli da cinghiale. Le Fontanelle, di cui ricordo il cimitero (una volta ci hanno portato pure in gita), era un quartiere povero e degradato. C'era il banchetto che vendeva 'o brod'e purp', c'era il craunaro e il chiosco d'o call'e trippa. Io venivo dalla zona dell'Arenella, fighettini chiattilli cocch'e mammà. Un servizio di pullmann dell'Alitalia (che ci azzecca? non so, però tant'è) provvedeva ad accompagnarci e a riportarci. Bellissimi quei pullmann dell'Alitalia: interni di velluto, sedili reclinabili, aria condizionata, televisore, microfono. Sciccosi. Le transumanze videro nascere e morire amori, rivalità, odi profondi. Immagino il conducente, poveraccio, farsi la croce tutt'e vvot' primm'e parti'. All'arrivo s'entrava tutti insieme, gli indigeni già aspettavano ai cancelli. In genere ci giocavamo in quei momenti le figurine dei calciatori, per lo più a sottomuro o a "pacchero senza cuoppo". E c'è da dire che ci schifavano, gli indigeni, per un nonnulla ci intommavano di mazzate. Questo fu utile, però, bisogna pur riconoscerlo. Filtrammo per selezione naturale: 'o suggett', 'o cacasott', 'o babbason', in molti imparammo però a difenderci e a trattare. Non era raro che i professori la mattina ultimato l'appello mandassero i bidelli in giro nel quartiere a recuperare qualche soggetto recalcitrante. Sovente lo si trovava a guidare un cingolato o una gru nelle cave di tufo circostanti. La maggior parte di loro lavorava difatti, e fumava e bestemmiava. Riguardando certe foto d'allora, oggi, lo ammetto: dire che facevamo ridere è un pleonasmo. Io e Dario, allora amici per la pelle, portavamo un'aratura di scrimo laterale che non c'è da meravigliarsi i calci in culo "Bell'e mammà, e cumm' sì ch'e cazz'!". E' da allora che porto il crine spettinato, poi dice che nun se 'mpara 'a piccerill'! Le lezioni? Nulla di eclatante. Bastavano due parole di fila in italiano e si passava col massimo dei voti. Questo fu un male: quando giunsi al ginnasio, tutto sfaccimmusiell' già pensavo sarà una passeggiata, una sciocchezza. Mi dettero latino a settembre ampress' ampress'. Cacai pertanto l'uva l'acin' e 'o streppon'.
Ma ho personaggi di quella scuola media nel cuore. Un paio m'hanno lasciato, come si dice, una lezione di vita: Arturo muort'allerta e Maria 'e dient'.
Arturo muort'allerta capitò un giorno che era già un pezzo che era cominciato l'anno. Secco scheletrico, certi capelli crespi che hai presente Jimy Hendrix? Tale e quale. Vestiva sempre di nero, dalla testa ai piedi. Schivo, silenzioso, una grande mezz'ala. Restò con noi solo in seconda media, manco finì. Aveva sedici anni. Un giorno non venne più e festa finita. L'ho ritrovato diverso tempo dopo: "il Teschio", "Una ballata del mare salato", di Hugo Pratt. Stessa espressione, sorriso senza labbra fisso nel vuoto. Mi offrì lui il primo tiro di un MS. Arturo muort'allerta. Sapemmo poi perché la fissa per il nero. L'anno prima gli era morta la madre.
Maria 'e dient', arcata superiore sporgente e belle cosce, portava minigonne da squaw e si truccava pesante. Assai pesante però: ombretto, fondotinta, mascara, ciglie finte, matita, assai pesante. A me mi trattava con riguardo, un fratellino. Io spantechiavo d'amore. Imprese sovrumane immaginavo, un intramondo, il superuomo, la donna angelica, "Al cor gentil repara sempre amore". Le offrivo merendine Barzetti e Kinder Brioss. Maria 'e dient' uscì incinta in terza media. Le merendine, seh, questa già trombava.
postato da: fuoridaidenti alle ore 17:15 | link |
categorie: casi umani, donde provengo
mercoledì, 03 gennaio 2007

Mi piace arrivarci vicino (io sto tra i non adatti)

Procedendo, a distanze casuali, origami in mezzo all'erba sul sentiero. Nulla all'inizio suggeriva una sequenza. Adesso ne ho contati una decina; pietre miliari, costellano un percorso. Qualcuno, scampoli di carta tra le mani, li arrotola per un verso e per quell'altro. Meditando, certamente passeggiando, li stropiccia tra le dita e li accartoccia. Coni sembrano, ripiegati su sé stessi. Dicono l'impegno, l'applicazione, il simulacro cartaceo, se vogliamo, di chissà quali frastagliate congetture. Poi, raggiunge il pezzo una sua forma predefinita, soddisfacente, una sua maturità; o modellarlo è di peso al suo creatore, fardello fastidioso è diventato, ed opprimente, zavorra di cui sgravarsi; o il luogo da raggiungere è raggiunto, la coincidenza d'una significanza... vallo a sapere. Giù, sul ciglio del sentiero come traccia, o sottotraccia, filo d'Arianna, sassi di Pollicino, l'esigenza, la sicurezza di un ritorno.
Allungo il passo, in cerca dell'autore.
Ogni confine sottintende una cesura. Approssimarcisi è un'esperienza ed ha un suo stigma. I confini hanno il fascino del rischio. Sono un baratto, e un baratto è un'incertezza. Attraversarli dà un senso di "cosa che si perde". Per guadagnare altro, alle volte. Non sempre. Forse mai. Non esiste altro modo di invecchiare che oltrepassare confini su confini. Barattare, prendere rischi, svalicare. Un confine, l'istante che lo calpesti, evapora, si cancella e sei più solo.
postato da: fuoridaidenti alle ore 23:56 | link |
categorie: casi umani, fumus et fragmenta, donde provengo
martedì, 19 dicembre 2006

Ipostasi dell'invisibilità

Metti oggi, organizzano il pranzo di Natale, in ufficio, nella sala riunioni. Nessuno, dico nessuno si accorge che non ci sei. Manco quando vengono a pregare il collega di fianco, e i divisori sono di vetro, tu siedi al tavolo, hai la lampada accesa, di andare, che giù è pronto e si comincia. Mi sono toccato la faccia, mi sono telefonato dal numero interno sul cellulare. C'ero. Chiamavo dall'ufficio. Invisibile ma c'ero.
postato da: fuoridaidenti alle ore 15:41 | link |
categorie: casi umani, fanculamenti