Ho frequentato le scuole medie in un quartiere di Napoli chiamato "Fontanelle". Una scuola sperimentale per quei tempi: l'offerta formativa obbligatoria era integrata da attività di supporto pomeridiane. Potevi scegliere musica, fotografia, teatro, pittura, scultura, calcio, handball. Teatro ed handball non li scelse mai nessuno. Per il calcio c'era una fila di richieste che toccò organizzare un campionato a sei squadre; maglie, pantaloncini, scarpette e pallone regolari, il professore di Educazione Fisica ad arbitrare (e non potevi dirgli cornuto ché s'incazzava). In palio c'era una coppa e le medaglie. Vinsero quelli della III D. Per forza! Pluribocciati quasi tutti, sfoggiavano barbe e peli da cinghiale. Le Fontanelle, di cui ricordo il
cimitero (una volta ci hanno portato pure in gita), era un quartiere povero e degradato. C'era il banchetto che vendeva
'o brod'e purp', c'era
il craunaro e il chiosco
d'o call'e trippa. Io venivo dalla zona dell'Arenella, fighettini chiattilli cocch'e mammà. Un servizio di pullmann dell'Alitalia (che ci azzecca? non so, però tant'è) provvedeva ad accompagnarci e a riportarci. Bellissimi quei pullmann dell'Alitalia: interni di velluto, sedili reclinabili, aria condizionata, televisore, microfono. Sciccosi. Le transumanze videro nascere e morire amori, rivalità, odi profondi. Immagino il conducente, poveraccio, farsi la croce
tutt'e vvot' primm'e parti'. All'arrivo s'entrava tutti insieme, gli indigeni già aspettavano ai cancelli. In genere ci giocavamo in quei momenti le figurine dei calciatori, per lo più a
sottomuro o a "
pacchero senza cuoppo". E c'è da dire che ci schifavano, gli indigeni, per un nonnulla ci
intommavano di mazzate. Questo fu utile, però, bisogna pur riconoscerlo. Filtrammo per selezione naturale: '
o suggett', 'o cacasott', 'o babbason', in molti imparammo però a difenderci e a trattare. Non era raro che i professori la mattina ultimato l'appello mandassero i bidelli in giro nel quartiere a recuperare qualche soggetto recalcitrante. Sovente lo si trovava a guidare un cingolato o una gru nelle cave di tufo circostanti. La maggior parte di loro lavorava difatti, e fumava e bestemmiava. Riguardando certe foto d'allora, oggi, lo ammetto: dire che facevamo ridere è un pleonasmo. Io e Dario, allora amici per la pelle, portavamo un'aratura di scrimo laterale che non c'è da meravigliarsi i calci in culo
"Bell'e mammà, e cumm' sì ch'e cazz'!". E' da allora che porto il crine spettinato, poi dice che nun se
'mpara 'a piccerill'! Le lezioni? Nulla di eclatante. Bastavano due parole di fila in italiano e si passava col massimo dei voti. Questo fu un male: quando giunsi al ginnasio, tutto
sfaccimmusiell' già pensavo sarà una passeggiata, una sciocchezza. Mi dettero latino a settembre
ampress' ampress'. Cacai pertanto
l'uva l'acin' e 'o streppon'.
Ma ho personaggi di quella scuola media nel cuore. Un paio m'hanno lasciato, come si dice, una lezione di vita: Arturo
muort'allerta e Maria
'e dient'.
Arturo
muort'allerta capitò un giorno che era già un pezzo che era cominciato l'anno. Secco scheletrico, certi capelli crespi che hai presente Jimy Hendrix? Tale e quale. Vestiva sempre di nero, dalla testa ai piedi. Schivo, silenzioso, una grande mezz'ala. Restò con noi solo in seconda media, manco finì. Aveva sedici anni. Un giorno non venne più e festa finita. L'ho ritrovato diverso tempo dopo: "il Teschio", "Una ballata del mare salato", di Hugo Pratt. Stessa espressione, sorriso senza labbra fisso nel vuoto. Mi offrì lui il primo tiro di un MS. Arturo
muort'allerta. Sapemmo poi perché la fissa per il nero. L'anno prima gli era morta la madre.