"Tweetie!" C'era stato un corridoio, una porta a vetri, un ascensore al piano. Siamo entrati, poi però non mi fidavo. Hai visto mai? un ascensore piccino, in due a stento si stava e se si blocca? Nessuno in giro, nessuna voce, niente. Scale e rivestimenti a mezza altezza in marmo bianco. Tutto pulito, un sentore di cloro. Siamo usciti dunque dall'ascensore e abbiamo preso le scale. Ottavo piano, è da lì che venivamo? Non lo so più. Scale, allora, e corridoi su corridoi.
"Tweetie!" La mano (paffuta, piccola, sudaticcia) "Non temere" (lo penso, non lo dico). Passi, scarpette di vernice (E' possibile? quelle d'un tempo, quelle con gli occhi, è possibile?), un cappottino celeste. C'è gente adesso, movimento, una porta bianca (mi dà l'idea riporti indietro), un'altra a vetri che dà su di un giardino; in mezzo c'è una guardia.
"Tweetie!" Non ci considera, 'sto stronzo pezzo di merda. Dal giardino un'infermiera bussa ai vetri. La guardia sorride, fa scattare l'apertura. La donna entra, noi proviamo ad uscire da lì.
"No, signore, questa è un'uscita riservata!"
"Tweetie!" "Non temere" (lo penso, non lo dico), abbozzo solo un sorriso. Corridoi ancora, e scale e passi e la vernice lucente delle scarpette (l'angoscia, dentro, proporzionale alla fiducia nella sua mano. E' dunque questo il peso della mie responsabilità?)
"Tweetie!" Tutto ti compro: una bambola, un vestito da principessa, giuro e m'inghiotto il cuore dio accidenti. Finiamo in un'enorme stanza colma di gente. Palmizi, felci, file di persone che comprano, vendono frutta. Un mercato, un enorme mercato al chiuso. Lo attraversiamo. Il pavimento è sterrato e c'è odore di verdure. Un portale di legno. Siamo fuori. La strada, blocchi di basalto a spina di pesce, ripida scende, due curve a gomito e non c'è marciapiede. E' stretta che non c'è spazio per vetture e pedoni: o le une o gli altri. Immagino uno slargo laggiù in fondo, finalmente. Un muro la costeggia. Montiamo su come fosse un gioco e non ci penso che la strada corre in discesa e il muro in piano.