Io Ridge lo ricordavo corvino, mascelluto e con la frangia che gli lambiva i sopraccigli a tal punto che eri legittimato a nutrire più d'un dubbio sul grado di sfrontatezza del soggetto. E Stephanie? Una signora bionda un po' in carne. E Taylor? Una bambola. Oggi Ridge l'ho rivisto incanutito e con la fronte scoperta, Stephanie ammantata d'una nivea pettinatura, Taylor plastificata come "altro da quella Taylor". E allora, intanto che tra i rebbi tre o quattro gnocchi al sugo m'infilzavo, m'è parso così concreto il paradosso per cui la fiction, che è finzione per l'appunto, a distanza di maratona non può che tracimare giuocoforza nella realtà concreta, fatta di carni vizze e rughe e di miopìe che esondano. Realtà. Molto, molto di più di quei reality che invece, ad onta d'una radice etimologica, non possedendo alcun canovaccio che tenga, possono tuttalpiù aspirare ad un anello, due forse, di pista. Per giunta senza ostacoli. Il discrimine, il vero discrimine tra fiction e realtà, è nella capacità di tenere alla lunga. Indipendentemente dalla storia, vera o presunta, che si racconta.