CalMa

Chi sono

Blogger: fuoridaidenti
Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente. Non fumo. E' una posa.

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
lunedì, 18 agosto 2008

Carlotta, io sono un tipo inquieto

Sanno perfettamente che cosa dare e cosa avere e in un quarto d'ora raggiungono l'orgasmo.
All'ultimo momento M. si è ritratto, schizzandosi sul ventre.
M. lo cavalcava, è così che preferisce.
Tra qualche minuto si addormenteranno soddisfatti. 
Sarà il tempo che cambia, la stagione che muore, a sera le gambe fanno male e quella spossatezza addosso.
Distendersi, occorre solo distendersi.

- Hai un fazzoletto?
- No, sono finiti. Vado a prendertene un pacchetto?
- Lascia stare, vado io. Devo pure pisciare. Vuoi dell'acqua?
- No, grazie.

M. si alza e con una mano bada di non gocciare a terra.
Si chiude in bagno e poi accende la luce.
Una scopata per riconoscersi a vicenda, verificare che nulla sia cambiato, prendersi le misure.
M. si vede riflesso nello specchio.
Quel piccolo gonfiore sotto il sopracciglio destro, verso l'esterno, sul bordo esatto dell'orbita.
E' da qualche settimana che lo nota al risveglio.
Nel corso della giornata poi si riassorbe, scompare completamente.
Stringe le palpebre, come mettendo a fuoco qualcosa.
E' una ruga - quella - la gestazione di una ruga?
Piscia nel lavandino, poi fa scorrere l'acqua e si insapona le mani.
Ha deciso che si laverà in piedi, mentre si guarda allo specchio.
Se M. se ne accorgesse!
Starà già dormendo?
Si asciuga usando il telo per le mani.
A terra ha combinato un lavacchio.
Asciuga pure quello, poi mette il telo tra i panni da lavare.
Quella ruga.
Gli piace quando sorride.
Uscendo, prende qualche pacchetto di fazzoletti da tenere di scorta nel comodino.

Qualche ora dopo, M. è nel suo ufficio.
Sta parlando al telefono con P.
Per quattro anni, M. e P. sono stati amanti.
Coltivavano il progetto di andare a vivere insieme.
Poi M. scoprì che P. aveva una tresca con uno degli insegnanti del corso di teatro.
Ci fu uno scazzo, e tra di loro finì male.
Un pomeriggio - M. viveva dove è adesso - P. gli fece una telefonata.
Era il giorno della vigilia del suo matrimonio.
M. si fece negare e non rispose.
Non seppe mai cosa P. avesse da dirgli e tanto meno sentì più la sua voce.
Fino a quest'oggi.

P. gli racconta l'agonia di suo padre.
M. prova a ricordarselo.
Il dottore.
Com'era?
Rammenta gli occhi celesti, la calma nella voce e nei gesti e quell'estate che fu ospitato nella loro villa al mare.
Ogni giorno un vino eccellente e mai lo stesso: tutte bottiglie pregiate.
Correttamente - quando la relazione con P. venne interrotta - M. informò il dottore della cosa.

La prima volta che il dottore perse il controllo degli sfinteri P. gli stava parlando, accarezzandogli una mano.
Suo padre spalancò gli occhi all'improvviso gettando uno sguardo intorno, disperato.
Chiese scusa, chiese mille volte scusa per l'accaduto, come se fosse, quella, colpa sua.
P. dice che gli infermieri - arrivati dopo parecchio - dovettero strapazzarlo perché al rientro suo padre era come sconvolto e non disse più una parola, guardava il vuoto e basta.
Dal catetere colava via nella sacca urina e sangue.

P. ha ritrovato un mucchio di testimonianze di pazienti di suo padre.
Dicono che se non fosse stato per il dottore, loro certo a quest'ora...
Le vorrebbe raccogliere, pensa di farne un libro.
I funerali sono stati già celebrati.

Quando M. abbassa la cornetta ripensa alla voce di P., che non è affatto cambiata.
Chissà se anche la sua è rimasta come allora.
Poi gli sembra di rivedere con chiarezza il sogno che ha fatto quella notte.
E' su un divano ed è abbracciato a una ragazza, stanno assistendo a uno spettacolo teatrale.
Si trovano nella piazza di un paese.
C'è un attore sul palco, gente intorno che ride, anche M. ride e così pure la ragazza.
L'attore, avvicinandosi, sembra riconoscerla.
Pare assai contrariato che si trovi distesa lì, tra le braccia di M.
C'è tensione, imbarazzo, l'ostilità si taglia a fette.
A metà strada dal palco l'attore si volta, si accuccia e piscia a terra come un cane.
M. potrebbe alzarsi e prenderlo a calci.
Si sente infinitamente più forte, tonico e sicuro di chiunque altro presente lì nel sogno.
Invece non fa nulla.
Il pubblico pensa che quello sia uno sketch.
C'è chi ride di gusto.
M. osserva il rivolo del piscio che si infiltra tra le fughe dei sampietrini e si avvicina.
postato da: fuoridaidenti alle ore 15:46 | link |
categorie: minimal stories, truculenze
venerdì, 01 agosto 2008

I bilanci che sono ai lati della bocca

La ragazza che fa le pulizie in ufficio cova qualche tormento.
Un lato della bocca - il destro, per la precisione - è tirato che strappa.
Tiene lo sguardo basso e non dà confidenza, non saluta, fa il suo lavoro in silenzio, svuota i secchi, dà il panno e lo straccio per terra e passa appresso.
Si dirà che c'è poco da dare confidenza, farà certo dei turni assurdi e il suo è un duro lavoro.
Certamente.
Tuttavia.
Quel lato della bocca tirato che strappa.
L'altra sera ho visto un film intitolato Monster, con Charlize Theron nei panni di una serial killer.
Il film fu girato nel 2003 e la Theron ingrassò una cifra per poterlo interpretare.
C'è una sequenza dove lei è al bagno che si lava.
Si vedono i segni della cellulite sui fianchi e sulle cosce, i seni ingrossati, la pancia gonfia.
Si ridusse uno sfascio, si sottopose ad ore ed ore di trucco per abbrutirsi.
Mi ha colpito l'espressione della bocca; tutt'altra rispetto a quella dello spot della Breil.
Il labbro superiore è come gonfio, tumefatto, gli angoli sono tirati verso il basso.
Pare sempre sul punto di piangere.
In genere, quando la ragazza delle pulizie arriva, io mi eclisso.
Trovo una scusa qualunque, alla peggio vado alla macchinetta del caffè.
Per quanto possa avere da fare - ed è un periodo, questo, che ho da fare -  mi inonda un senso di disagio imbarazzante verso di lei.
Perché ha di meno.
Certamente che ha di meno.
Non è che io me la passi benissimo, sia chiaro.
Ho un lavoro, come suol dirsi, del tutto normale.
Mi occupo di software e di bilanci.
Ma quando penso che quel che tratto è stato un magma, un magma, a monte, di traffici brulicanti di vita e che splendori, miserie, drammi e gioie oggettive sono adesso ripartizioni, entrate, uscite, consuntivi; che tutto è stato completamente spersonalizzato, splendidamente vuotato del suo senso originario; che qualcuno a valle impugnerà queste cifre, questi prospetti, orienterà scelte e a loro volta queste scelte rimescoleranno le cose fino al prossimo giro; quando penso a tutto questo, dicevo, mi inonda un senso di disagio e di imbarazzo.
La ragazza delle pulizie mi svuota il secchio.
Le chiedo se desidera un caffè.
Sembra come riscuotersi da un sonno.
Ne ho proprio bisogno, dice, grazie.
Sorride.
Ha una bella dentatura..
La lascio che se lo sorbisce in pace, mi allontano con una scusa.
Nel pomeriggio ho un breve dialogo con E.
Mi ha fatto piacere risentirla dopo tanto.

E: Potrei raccontare io quanto sei all'antica...
M: Ehi, andiamoci piano! io SONO antico, sono del tutto antico.
E: Ehi, scherzavo, darling comunque ne usciresti pulito..
M: Tesoro, la mia risposta precedente non conferma ciò che sostengo?
E: Sai che non ho capito?
M: Non fa nulla, vai benissimo così :)
postato da: fuoridaidenti alle ore 12:06 | link |
categorie: minimal stories
domenica, 27 luglio 2008

Mi dici c'è un bellissimo cielo azzurro ed io ho ripreso a parlare con gli alberi

E' una sera che mi rileggo vecchie cose; lettere, per lo più, e mi concedo un buon goccio.
E' stata una giornata scivolata via calma.
C'è stato un pranzo dove ho mangiato cose gustose e ho bevuto un superbo sagrantino e poi un vin santo non da meno.
Eravamo su un terrazzo che s'affacciava su una vallata di vigneti ed olivi ed infine girasoli.
Ho letto, passeggiato, fatto un giro in bicicletta.
Ho ammirato l'azzurrarsi delle colline con mia moglie da un portico di pietra.
Eravamo a cena, un cane abbaiava e pareva che il tempo si rivoltasse.
Abbiamo piluccato melenzane sott'olio e prosciutto nostrano bevendo vermentino ben freddo in calici di cristallo.
Al ritorno ho cincischiato con il cambio ed il motore ha preso a tossire nel mezzo di una curva lunga che sembrava non avere mai fine.
Allora ho scalato una due marce e ho percepito all'uscita della curva una presenza.
C'era un cerbiatto sul ciglio della strada.
Immobile, brucava qualcosa come sussurrando al greppo.
Un cerbiatto.
Se sono qui adesso è perché voglio che resti una traccia di tutto questo.
Magari tra un po' di tempo rileggo e lo ricordo.
Magari quando farà più freddo, chi lo sa.
E' un periodo sereno, questo, e non posso lamentarmi.
Apprezzo qualunque cosa e potrei vivere con poco.
Mi basta sentirmi in forma, avere le mie scarpette, i libri, sapere che chi amo non ha problemi di salute.
Tutto qui.
Rileggo vecchie cose e mi si increspano le labbra.
Nel bicchiere c'è rimasto altro che il fondo e un vago aroma di torba.
Mi ci vorrebbe un buon sigaro, ci starebbe da dio.
L'ultima volta che ho avuto il desiderio di un sigaro ho temuto di spezzare un'atmosfera perfetta come un cerchio.
Poi per fortuna non andò così.
C'è questo, del fatto di desiderare, che è un problema: il rischio che bisogna valutare.
Non è una questione di coraggio, non sostanzialmente.
E' per me un'inquietudine di cui ignoro senso e direzione.
Mi dici che c'è un bellissimo cielo azzurro ed hai ripreso a parlare con gli alberi.
Non a voce alta, ma con gli occhi e col pensiero.
Come chi non ha più inquietudini, sereno.
postato da: fuoridaidenti alle ore 23:46 | link |
categorie: fumus et fragmenta, minimal stories
giovedì, 24 luglio 2008

Quel che intendo per blues

Ieri sera sono stato ad un concerto blues.
Suonava un gruppo americano che non avevo mai sentito.
Il leader è un ragazzo che non ha ancora vent'anni.
Si chiama Eric Steckel.
Ha attaccato con un pezzo morbido, dal riff caldo e tirato in tonalità minore.
Io mi ero preso una Corona ghiacciata in bottiglia con uno spicchio di limone e stavo in piedi, appoggiato alla porta di un bar.
L'acustica nella piazza era penosa e il tecnico del suono zazzicava continuamente alla console.
A mano a mano che il concerto è andato avanti il solista si è come esaltato e - sarà stata l'irruenza della giovane età - ha cominciato a esagerare con gli svisi.
Non era più blues.
Niente polvere, fatica, costrizione, solitudine, se vuoi un dio, un amore, una nostalgia.
Cos'era? mi sono chiesto.
Niente, uno sfoggio di bravura.
Il mestiere, la professionalità.
Nel pomeriggio ero stato a correre lungo il fiume.
Nove chilometri, andatura leggera senza mai strafare.
Ci ho messo poco meno di un'ora, fermandomi una volta soltanto per guardare uno scarabeo attraversare il sentiero.
Pareva cogitabondo.
In cuffia avevo un medley di cose buttate giù a casaccio.
C'era di tutto.
Correre, ancora mi affatica.
Mi piace - certamente non quanto nuotare - ma mi affatica.
Ho notato che mi riesce più facile distrarmi se non ho una compilation di cui so la sequenza.
A un certo punto (costeggiavo il fiume in una zona brulla sicché vedevo i pesci e la vegetazione sul fondo) senza accorgermene ho aumentato l'andatura.
E' partito un pezzo di Michael Bublé.
Una canzone, se non ricordo male, che cantava Frank Sinatra.
That's Life
Non è il genere che metterei dentro l'ipod per correre o nuotare, tuttavia me la sono ricordata come se l'avessi saputa da sempre ed è stato divertente.
Correvo e cantavo e mimavo il gesto di suonare piatti e percussioni.

I've been a puppet, a pauper, a pirate, a poet, a pawn and a king.
I've been up and down and over and out and I know one thing:
Each time I find myself, flat on my face,
I pick myself up and get back in the race.


E' la vita.
E' quello che la gente sostiene.

Adesso, mentre sto qui che scrivo ascolto un pezzo di chitarra acustica.
Un a solo.
Si intitola "Tuscany", lo suona il chitarrista di ieri sera.
E' un pezzo che lo riscatta della ridondanza della prestazione col gruppo.
Questo è senz'altro blues, quel che intendo per blues.
Come leggersi un racconto di Pancake, fumare, bersi una birra con la testa chissà dove.
E' un pezzo facile.
Note tirate, armonici, lo trovo assai espressivo.
Deve dare molta soddisfazione suonarlo.
Quasi quasi.
postato da: fuoridaidenti alle ore 12:38 | link |
categorie: minimal stories
martedì, 22 luglio 2008

Damny

Damny mi sta stirando una camicia.
Damny ha 31 anni e viene dallo Sri Lanka.
Siamo in cucina, a casa dei miei.
Fa caldo.
Damny ha spianato l'asse da stiro senza pensare che lì dov'è intralcia l'accesso alla cucina.
D'altra parte in casa non c'è altri che noi (e mio padre, che però è costretto a letto).
Penso di approfittare della momentanea prigionia e metto a fare un caffè.
Damny dice "Faccio io".
Ci mancherebbe.
Damny sorride e riprende a stirare.
Io le osservo le caviglie sottili.
Compio un breve volo di Pindaro sul forno.
Alcmane.
"Non è qui Agesicora dalle caviglie sottili".
Quando la macchinetta comincia a gorgogliare, apparecchio tazzine, cucchiaini, zucchero, latte.
Damny il caffè lo prende molto zuccherato; tre cucchiaini, con un goccio di latte freddo.
Io è da qualche anno che mi piace berlo amaro.
"Tu... London?" mi fa Damny.
"London? Macché! L'umbria. Aspetta".
Vado a prendere il notebook nella mia stanza.
Per uscire sposto l'asse da stiro e tutto quanto.
Torno, mostrandole la mappa dell'Italia.
"Questa è Napoli, questa Città di Castello. Campania" - e le indico la zona - "Umbria".
Damny sorride e si mette una mano sulla bocca.
La sera, quando indosso la camicia che mi ha stirato, mi spiace il fatto di doverla spiegazzare.
La terrò fuori dai calzoni, naturalmente.
Ancora ignoro ciò che sarà di me e della camicia.
Oggi sono nuovamente nel mio ufficio.
Damny starà certamente parlando con mia madre.
E' probabile che si fermi a pranzo da lei, che le tenga compagnia.
Io ho dei calli nel palmo delle mani.
Non sapendo come tenermi in esercizio mi aggrappavo alla cornice della veranda e mi tiravo su a braccia.
Quattro serie da 20.
Sembrava come di stringere nel pugno i remi di una barca.
E sotto il mare.
Senza una direzione.
Dondolare.
postato da: fuoridaidenti alle ore 12:52 | link |
categorie: minimal stories
giovedì, 06 marzo 2008

Donna Grania di Niccolò (bolognese o modenese)



"Proprio come per la Conservatoria Generale ... il motto non scritto di questo Cimitero Generale è Tutti i nomi, anche se va riconosciuto che, in realtà, queste tre parole aderiscono come un guanto proprio alla Conservatoria, in quanto è lì che si trovano effettivamente tutti i nomi, tanto quelli dei morti come quelli dei vivi...".

C'era solo un signore anziano e aveva addosso dei mutandoni grigi, lunghi fino ai polpacci. Fingendo di cercare qualcosa nella mia borsa l'ho osservato con attenzione. Non era una tuta, quella, e nemmeno un pigiama; erano proprio dei mutandoni lunghi. Comodi, non come i mutandoni d'una volta, quelli di lana grezza che irritavano la pelle; mutandoni moderni, o meglio, postmoderni, progettati con molta cura nei dettagli; c'erano cuciture, ribattiture, sagomature lungo quel che sembrava un complesso campo di forze; c'erano rinforzi, stoffe più chiare ed altre un po' più scure, e tutto pareva dire ergonomia, comfort, tecnica, progettazione.
Aveva un bel viso da attore americano, quel signore; abbronzato, solcato da un'infinità di rughe e un bel cipiglio. Si è seduto e da una borsa tira fuori una scatolina bianca di plastica e la apre. Dentro c'è una catenina d'oro. La mette al collo. Poi, mentre io spiego l'accappatoio sulla panca, lui afferra qualcosa di rosa tra le dita. Sento come un sibilo leggero, una sorta di fischio. Si mette quest'affare dietro un orecchio, poi gira la testa a destra ed a sinistra un po' di volte, torna a sbirciare nella scatolina, sembra soddisfatto. Prende un altro arnese color carne e se lo mette in bocca. Stringe i denti, ho visto chiaramente le mascelle sotto sforzo. Quando esco lui è ancora concentrato, c'erano altri aggeggi rosa e metallo sparpagliati e lui frugava, con quella calma rugosa e sorda, là nel mezzo.
Non riesco a dire ciò che non posso toccare, ciò che sembra anche altro, forse, chissà, potrebbe. E' come se ogni tentativo d'astrazione mi suonasse come esercizio retorico, patetico. L'altro giorno me ne andavo a spasso per il paese quando incontro lo storiografo locale. Eravamo davanti a una chiesa abbandonata, la chiesa di S.Giovanni decollato. Un tempo ci portavano i condannati a morte la sera prima d'impiccarli o di decapitarli. Poi, il giorno di S.Giovanni, che cade in giugno, bruciavano tutti i cappi usati per le condanne. Oggi la chiesa è usata come rimessa. E pensare che dentro ci sono un paio di affreschi attribuiti alla scuola del Signorelli. Anzi, una guida locale afferma che quello a destra sarebbe "del Pinturicchio o d'altro pennello a lui non inferiore".
La tavola riprodotta nella foto si trova nel locale museo del Duomo. E' una "Madonna con Bambino e San Giovannino". Qualcuno sostiene sia un'opera del Pinturicchio. Una voce, non esiste una documentazione, vuole che appartenesse al corredo di Grania, la moglie di Pinturicchio, che qui è morta. Ho fatto un mucchio di ricerche su Grania. Sembra fosse stata una donna scellerata. Ho percorso innumerevoli volte in lungo e in largo i vicoli del quartiere dove pare che un tempo alloggiasse. Ho cercato di ricostruire la toponomastica dell'epoca ma... niente, nella biblioteca locale non c'è niente. Internet mi ha permesso di sapere l'ammontare dalla vendita di certe sue proprietà, e pure quanti fiorini ebbe in eredità. Non so se questa tavola davvero facesse parte del suo corredo. Mi piace pensarlo, pensare che l'abbia voluta tenere per ragioni che in un certo senso me la rendono più umana. Qualcosa come la Gioconda per Leonardo. Io e mia sorella, di fronte a questo dipinto, abbiamo passato interminabili quarti d'ora. Seduti, completamente in silenzio e d'altronde che vuoi dire?
Conosco il luogo dove Grania è sepolta. E' nella chiesa di S.Agostino. Un tempo anche qui c'era qualcosa del Signorelli e addirittura un "S.Nicola da Tolentino" di Raffaello. Oggi invece la chiesa appartiene alle Salesiane ed è praticamente sempre chiusa. Mi sono detto, Mauro, scrivi il tuo pezzo soltanto dopo che hai verificato se c'è una lapide, un segno, un'iscrizione che dica ecco, qui è sepolta Grania. Ma poi ho pensato che, come nel libro di Saramago, hanno ragione quelli del Cimitero Generale. Sebbene la Conservatoria contenga tutti i nomi, tanto quelli dei vivi quanto quelli dei morti, è al Cimitero Generale, che della Conservatoria sembrerebbe una sezione, che prima o dopo tutti i nomi finiranno.
postato da: fuoridaidenti alle ore 17:49 | link |
categorie: minimal stories
domenica, 10 febbraio 2008

Allure

Il primo segno l'intuì nell'andatura di un uomo e del suo cane. Faceva freddo, era l'ora di chiusura, l'uomo e il cane sgusciarono all'improvviso dal portone d'un palazzo. Non fece in tempo a vedere il volto dell'uomo. Il cane era di taglia media e a pelo raso, inguainato in una termocappottina impermeabile plastificata. Sembrava finto per come luccicava. La coda, lunga e sottile, lasciava come un'onda sospesa a galleggiare nell'aria della sera. Pochi rumori intorno, una saracinesca che veniva abbassata cigolando. Ad ogni passo l'uomo e il cane sembravano rimbalzare sui lastroni in pietra serena della strada. Davano una sensazione elastica, compressa, due molle pronte a scattare e a liberare energia. Nell'uomo c'era qualcosa di violento e di primordiale, forse per via del busto, prestante e lievemente incurvato, o delle braccia, che gli cadevano penzolando lungo i fianchi. Il cane era un superbo esemplare di levriero africano, un azawath. Il suo incedere evocava i purosangue da passerella quando sono condotti davanti alla giurìa. Rimase a guardarli rimpicciolire mano a mano.
Il secondo segno era tra i due quadranti dell'orologio del palazzo del podestà, nella piazza principale. Ore e minuti. Le due e venti. Consultò quello al polso. Le due e venti. "Questo è un paese dove ancora qualcuno lascia la bicicletta incustodita e l'orologio pubblico - l'orologio dei poveri, una volta - funziona. Questo paese, questo luogo non mio, è la mia nicchia".
Ferì, con il suo scalpicciare frettoloso, il silenzio delle vetrine illuminate lungo il corso.
Il terzo segno fu, il giorno successivo, la pesantezza nelle sue gambe sul sentiero. Ripensava alle chiacchiere al bar, la sera avanti. Un caso di disturbo bipolare. La donna, una bomba di femminilità, che per esprimersi doveva essere altrove. Sceglieva dunque una città, ogni volta un luogo diverso, prendeva il treno e per un lungo week end faceva sfoggio d'abiti sgargianti, di trousse serali e scarpe Manolo Blahnik. L'aveva sempre vista abbigliata con qualcosa di comodo e di sportivo, scarpe basse e un filo appena di trucco. Si rese conto, a proposito di nomi, di non riuscire a ricordare quello di uno stilista che sfornava magliette vivaci e ad un buon prezzo. Dov'era stato? Barcellona? Madrid?
Quando giunse al centro commerciale il cantiere era in pieno subbuglio. Convenne tra sé e sé che era stata una scelta infelice tenere aperto il supermercato tutto quel tempo mentre i lavori di ristrutturazione erano in corso. Polvere, rumori, un andirivieni continuo d'operai, la necessità d'eseguire minuziosi controlli e adempimenti all'apertura e chiusura giornaliera, a salvaguardia dei prodotti esposti e dell'incolumità generale. La clientela s'era lamentata più volte in direzione, e chissà il danno in termini d'immagine per il gruppo. Restare aperti - il consiglio d'amministrazione s'era espresso - lo imponeva la fidelizzazione del cliente indipendentemente dalla quota effettiva di mercato. Ma allo stato dei fatti appariva evidente la discrepanza tra la teorie di planning e la realtà. La pescheria, inagibile all'ingresso, incuteva una sensazione di abbandono. In gastronomia non c'erano che prodotti preconfezionati.
Con la coda dell'occhio ebbe il sentore che qualcosa non andasse per il verso giusto. La scala mobile regolarmente in funzione e quella donna sempre allo stesso punto, né su né giù. L'osservò con maggiore attenzione, la mise a fuoco, sembrava come annaspare, concentrata; la punta del bastone da passeggio rimandava il rumore delle disconnessioni del nastro che, di sotto, continuava imperterrito a scivolare. Sembrava un treno, faceva "Tu-tùm Tu-tùm Tu-tùm". La donna teneva strettamente l'impugnatura del bastone in una mano, e forse avrebbe fatto meglio, molto meglio, a mollarlo del tutto. Era in quel punto, proprio all'inizio del nastro, che i dislivelli degli scalini crescono man mano. Mulinava i piedi in continuazione, a passi goffi, come a voler tornare indietro camminando a ritroso. La velocità sua e della scala era la stessa, le direzioni opposte. Un fiume di segni e di rimandi oscuri prese a muoversi dentro confusamente. Rivide le sue tartarughe, la mattina, oltre i vetri del terrario. Lo stesso modo di annaspare: drammatico, concentrato, eppure non senza calma. Non hanno la concezione del vuoto, aveva letto, e provano sempre a attraversare il vetro, a tuffarsi oltre. Fissò il bottone rosso di bloccaggio cercando, ma non pareva averne, delle risposte.
postato da: fuoridaidenti alle ore 15:09 | link |
categorie: minimal stories
lunedì, 04 febbraio 2008

L'angelo, lo vedi? sulla parete sinistra


Lo squillo giunge che sto nel bagno e accorcio l'unghia di un alluce osservando che sì, è proprio un mirabile esempio di sintesi quel piede di cui mi sto occupando attentamente: è spiccicato il mio fino alle dita, e da lì in poi no: hanno l'ultima falange più affusolata. Tre giorni fa era di piedi che parlavamo, io e il mio amico, a zonzo per la Garbatella. Di piedi, e di scarpette da tennis preferite. Poi gli racconto la storiella dell'omino che la moglie viene operata d'urgenza per un ictus, e quando lui chiede al chirurgo com'è andato l'intervento questo gli fa "Guardi, l'operazione tecnicamente è riuscita. Però adesso, vede, dovrà affrontare il post-operatorio. Cure lunghe e costose. Il problema è che la mutua non coprirà le spese. Le occorrono medicine americane. Qui non le trova. Un anno di cure, due perlomeno. Cure lunghe e molto, molto costose. Inoltre avrà bisogno di una sedia a rotelle, di un tipo particolare di sedia a rotelle che fanno solo in Germania, qui non la trova. Anche questa dovrà pagarsela da sé. E poi ci metta la fisioterapia, la logopedia tutti i giorni, chissà per quanto tempo e mica vorrà fare affidamento sulla struttura pubblica, le pare? Le darò io il nome di qualche ottimo elemento. Privatamente, si intende. E infine, ridotta in quello stato avrà bisogno di assistenza continua. Le occorreranno perlomeno due badanti. Insomma, si prepari a tutto questo" L'omino fa una faccia scura scura e pensa tra sé "Le medicine, la sedia a rotelle, la fisioterapia, la logopedia, le badanti. Ma io tutti 'sti soldi mica ce l'ho, mo' come faccio?" Il chirurgo allora gli dà una pacca sulla spalla e, sorridendogli, dice "Ma via, stavo solo scherzando. Sua moglie è morta".
Ci aveva riso parecchio il mio amico alla battuta ed io stesso, mentre gliela raccontavo, faticavo a rimanermene serio. A questo ho pensato quando al telefono mi hanno detto "Sai, il babbo di L., dopo pranzo...".
Sono entrato che man mano affievoliva il rintocco della campana che chiamava a raccolta. Il prete ha esordito cantando "Requiem aeternam". Aveva una voce molto bella, un timbro assai pulito. Durante l'omelia si abbracciava non senza trasporto al leggìo. Ha ricordato il celebre motto di S.Agostino al cospetto del feretro materno "Signore, non vengo a chiederti perché me l'hai voluta levare, ma a ringraziarti per avermela data". L'altare, nella navata di mezzo, era inglobato sotto un baldacchino dorato rococò. Una chiesa, quella, in cui pure un profano può leggere il sovrapporsi del tempo, degli stili. All'uscita, sulla parete sinistra, quel che resta di un affresco del quattrocento. Una Madonna col bambino. Avrei voluto fotografarlo, poi non l'ho fatto. Mi pareva un gesto fuori posto. Quando ci siamo congedati il mio amico mi ha ringraziato e abbiamo fatto il gesto di baciarci. Però nessuno dei due è avvezzo a queste cose tra uomo e uomo, sicché ci siamo sfiorati guancia a guancia con un po' d'imbarazzo. Il paese si arrocca su una collina e io avevo lasciato la macchina in un parcheggio ai piedi della salita. C'è molta confusione tutto intorno. Il giorno avanti hanno inaugurato la mostra del Pintoricchio. Ci sono artisti di strada, fotografi, autorità. Mi sono detto se era il caso di tornare a vedere gli affreschi della cappella Baglioni. La volta scorsa, quest'autunno, un pomeriggio, di passaggio da Trevi insieme a Malo, ci eravamo presi un calice di Sagrantino e una bruschetta all'olio e poi eravamo entrati. Una transenna impediva l'accesso alla cappella e forse pure un vetro, adesso non ricordo. Infilavi un euro in una cassettina e scattava l'illuminazione a tempo. Malo ed io convenimmo che doveva essere tutt'altra cosa potersi immergere in quel trionfo di vita standoci in mezzo. Saranno un paio di metri scarsi la differenza. Questa volta non c'erano transenne, non c'era timer. Mi pare che quel paio di metri non sia poi in fondo una misura spaziale, ma una distanza di tempo.
postato da: fuoridaidenti alle ore 17:27 | link |
categorie: minimal stories