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Blogger: fuoridaidenti
Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente. Non fumo. E' una posa.

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lunedì, 18 agosto 2008

Carlotta, io sono un tipo inquieto

Sanno perfettamente che cosa dare e cosa avere e in un quarto d'ora raggiungono l'orgasmo.
All'ultimo momento M. si è ritratto, schizzandosi sul ventre.
M. lo cavalcava, è così che preferisce.
Tra qualche minuto si addormenteranno soddisfatti. 
Sarà il tempo che cambia, la stagione che muore, a sera le gambe fanno male e quella spossatezza addosso.
Distendersi, occorre solo distendersi.

- Hai un fazzoletto?
- No, sono finiti. Vado a prendertene un pacchetto?
- Lascia stare, vado io. Devo pure pisciare. Vuoi dell'acqua?
- No, grazie.

M. si alza e con una mano bada di non gocciare a terra.
Si chiude in bagno e poi accende la luce.
Una scopata per riconoscersi a vicenda, verificare che nulla sia cambiato, prendersi le misure.
M. si vede riflesso nello specchio.
Quel piccolo gonfiore sotto il sopracciglio destro, verso l'esterno, sul bordo esatto dell'orbita.
E' da qualche settimana che lo nota al risveglio.
Nel corso della giornata poi si riassorbe, scompare completamente.
Stringe le palpebre, come mettendo a fuoco qualcosa.
E' una ruga - quella - la gestazione di una ruga?
Piscia nel lavandino, poi fa scorrere l'acqua e si insapona le mani.
Ha deciso che si laverà in piedi, mentre si guarda allo specchio.
Se M. se ne accorgesse!
Starà già dormendo?
Si asciuga usando il telo per le mani.
A terra ha combinato un lavacchio.
Asciuga pure quello, poi mette il telo tra i panni da lavare.
Quella ruga.
Gli piace quando sorride.
Uscendo, prende qualche pacchetto di fazzoletti da tenere di scorta nel comodino.

Qualche ora dopo, M. è nel suo ufficio.
Sta parlando al telefono con P.
Per quattro anni, M. e P. sono stati amanti.
Coltivavano il progetto di andare a vivere insieme.
Poi M. scoprì che P. aveva una tresca con uno degli insegnanti del corso di teatro.
Ci fu uno scazzo, e tra di loro finì male.
Un pomeriggio - M. viveva dove è adesso - P. gli fece una telefonata.
Era il giorno della vigilia del suo matrimonio.
M. si fece negare e non rispose.
Non seppe mai cosa P. avesse da dirgli e tanto meno sentì più la sua voce.
Fino a quest'oggi.

P. gli racconta l'agonia di suo padre.
M. prova a ricordarselo.
Il dottore.
Com'era?
Rammenta gli occhi celesti, la calma nella voce e nei gesti e quell'estate che fu ospitato nella loro villa al mare.
Ogni giorno un vino eccellente e mai lo stesso: tutte bottiglie pregiate.
Correttamente - quando la relazione con P. venne interrotta - M. informò il dottore della cosa.

La prima volta che il dottore perse il controllo degli sfinteri P. gli stava parlando, accarezzandogli una mano.
Suo padre spalancò gli occhi all'improvviso gettando uno sguardo intorno, disperato.
Chiese scusa, chiese mille volte scusa per l'accaduto, come se fosse, quella, colpa sua.
P. dice che gli infermieri - arrivati dopo parecchio - dovettero strapazzarlo perché al rientro suo padre era come sconvolto e non disse più una parola, guardava il vuoto e basta.
Dal catetere colava via nella sacca urina e sangue.

P. ha ritrovato un mucchio di testimonianze di pazienti di suo padre.
Dicono che se non fosse stato per il dottore, loro certo a quest'ora...
Le vorrebbe raccogliere, pensa di farne un libro.
I funerali sono stati già celebrati.

Quando M. abbassa la cornetta ripensa alla voce di P., che non è affatto cambiata.
Chissà se anche la sua è rimasta come allora.
Poi gli sembra di rivedere con chiarezza il sogno che ha fatto quella notte.
E' su un divano ed è abbracciato a una ragazza, stanno assistendo a uno spettacolo teatrale.
Si trovano nella piazza di un paese.
C'è un attore sul palco, gente intorno che ride, anche M. ride e così pure la ragazza.
L'attore, avvicinandosi, sembra riconoscerla.
Pare assai contrariato che si trovi distesa lì, tra le braccia di M.
C'è tensione, imbarazzo, l'ostilità si taglia a fette.
A metà strada dal palco l'attore si volta, si accuccia e piscia a terra come un cane.
M. potrebbe alzarsi e prenderlo a calci.
Si sente infinitamente più forte, tonico e sicuro di chiunque altro presente lì nel sogno.
Invece non fa nulla.
Il pubblico pensa che quello sia uno sketch.
C'è chi ride di gusto.
M. osserva il rivolo del piscio che si infiltra tra le fughe dei sampietrini e si avvicina.
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categorie: minimal stories, truculenze
martedì, 15 luglio 2008

Lusingato e commosso

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categorie: casi umani, truculenze
lunedì, 14 luglio 2008

Ma in maremma il pollame è bandito?

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categorie: casi umani, truculenze
sabato, 12 luglio 2008

Incontinenze arcidiocesane statisticando

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categorie: casi umani, truculenze
giovedì, 27 marzo 2008

Sinistra e Destra

Ciascuna al lato - sinistra e destra - a sé corrispondente, poggiano lungo le cosce flesse del mio corpo sì che passa quanto basta di spazio onde evitare che sudino tanto i palmi che le cosce, là dove queste a quelli son congiunte.
E' quasi l'alba, fa caldo sotto il piumone.
Si sono incontrate e scontrate, nella notte, sinistra e destra, più volte, bisbigliandosi cose a modo loro (vale a dire loquendo tattilmente, abborracciando, come può questa lingua parziale e in fondo muta; lingua di pelle, mediazioni di dita).
E' capitato che siano state interrotte nel mezzo d'un vivace scambio di opinioni e perciò dunque abbiano provato dispiacere, rammarico, sgomento, impotenza, frustrazione, un senso di per nulla sgravato, d'incompleto; insomma, un malloppo di cose dentro il gozzo (metaforicamente parlando, stante il caso).
E' capitato poi che un certo raccontare, vuoi per il tema, vuoi per il modo d'esporlo (come dire? una carezza leggera verso il polso, lì dove pulsa la vita, lo sapete, è come se venisse risucchiata e percepita fin nell'imo, come un tiro di coca, dritta diretta dove simboli, parole, inconscio individuale e collettivo fanno una massa fusa tuttosenziente e in fin dei conti di sé propriocettiva) abbia preso derive inaspettate, spumeggiando e schiumando e tracimando.
E' capitato (d'altronde, stando lì a mescolare, a permutare, a combinare, direi pure giocoforza!) che sia venuta fuori, perlomeno abbozzata, una parabola di cui non vergognarsi.
Ora s'intrecciano (mi rado? non mi rado?).
Cantano i merli (da quanto? non me n'ero accorto).


"Ci sono due tipi di verità: le verità semplici, dove gli opposti sono chiaramente assurdi, e le verità profonde, riconoscibili dal fatto che l'opposto è a sua volta una profonda verità"
Niels Bohr
sabato, 26 gennaio 2008

Esegesi di un augurio

Ci sono alcune considerazioni propedeutiche da fare, e questo a prescindere dell'aspetto linguistico. Sono questioni storico-sociologiche, geografiche, consuetudini e usanze che permeano la locuzione finita, la speziano. Procediamo con ordine però. Partiamo dagli equini. Si tratta almeno d'una coppia di morelli. A seconda del censo dell'utente (e qui già il termine utente presta il fianco a qualche perplessità, a fraintendimenti; utente come fruitore di prestazione? come soggetto consapevole o passivo? lo so che non è chiaro per niente, comprenderete più avanti); a seconda del censo dell'utente, si diceva, si stabilisce quante coppie di morelli. In genere è sufficiente un paio di esemplari, cioè una coppia soltanto, ma non di rado s'abbonda, s'esagera, si sciala, si giunge a quattro coppie, dipende dalle pulsioni narcisistiche forse, o revanscistiche, o è solo mera brama d'ostentazione. Quattro coppie; in altri termini un bel "tiro da otto". Tirati a lucido, nonché debitamente impennacchiati, che abbiano balzane o liste bianche non importa; se c'è da cavillare qualcosa riguardo ai morelli è se si tratta di stalloni o di castroni. Propenderei per la seconda ipotesi; non ce li vedo otto stalloni adempiere al servizio. Riguardo al cocchio, tralasciamo descrizione e dimensioni, il tempo me lo impone nonché il rispetto per la vostra pazienza. Dirò solo che il cocchio è di legno e che presenta stucchevoli ed arzigogolati intrecci in ferro battuto, riverniciati di nero e d'oro zecchino. Raffigurano tralci contorti d'edera (presumo d'edera per ciò che simboleggia: attaccamento, pervicacia). Di dubbio gusto, decisamente rococò, hanno la funzione di schermare e proteggere il vetrame retrostante. Napoli è una città di discese e salite, celeberrima è quella del Cavone. Congiunge due quartieri assai popolari. Si inerpica, ripidissima, la salita del Cavone. A Napoli inoltre il culto dei morti ha una valenza non indifferente. Pensate alle catacombe di S.Gennaro, al cimitero delle Fontanelle, tanto per dire. Napoli infine è il paese del sole. Immaginatevi allora questo cocchio superbo, un tiro da otto, nero, otto morelli lucidi e bardati a dovere che scalpitano e mordono il freno in un giorno d'estate. Immagine potente. E poi c'è la questione del nero. Il fatto che attrae la luce, che l'intrappola, e con essa il calore. Non ci importa il sudore dei convenuti (per quanto, certo, tutti vestiti di nero, sarà di certo un profluvio, uno stillare generoso). Pensiamo a quei cavalli piuttosto, e alla salita, al peso, al sole che picchia. E' questo dunque il patrimonio di significanti che indirizzo allo sconosciuto che mi ha rigato il fianco della macchina, stanotte. Lui non lo sa quanto d'iconografico sia condensato nell'espressione che m'è affiorata alla mente osservando il danno.

Tu nun sì manc' a schiumm' d'o sudor' e miez' e pall' d'o cavall'e Bellomunn'nfaccia a sagliuta d'o Cavone!

Non sei neanche la schiuma del sudore tra le palle del cavallo di Bellomunno (Onoranze Funebri) che affronta la salita del Cavone.

(Lo so, s'era detto castroni e non stalloni. Qualcuno infatti sostituisce pacche a palle, ove le pacche evidentemente sono le chiappe del destriero)
postato da: fuoridaidenti alle ore 19:40 | link |
categorie: donde provengo, truculenze
giovedì, 24 gennaio 2008

Nevrosi isterica o sindrome ossessiva

Roberto vuole che racconti il fatto del tricheco. Ha detto promettimi che lo racconti. Siamo sul terrazzo di casa sua, all'ultimo piano. Tira un po' di vento ma c'è il sole e si sta bene. Il tempo di un caffé, poi lui deve scappare. Il suo paziente sembra che collabori di meno. Grasso che cola se riesce a fargli sgranchire appena le gambe. Non si alza più, o se si alza non cammina. Gli tocca afferrargli le gambe da steso, sul letto. Gliele massaggia, le piega in su, in giù, fletti, distendi. "Capirai! In queste mani" - dice, e me le spiana sotto gli occhi - "sembrano stecche da bigliardo, muscoli zero". Roberto ha due mani come badili. "Allora, lo racconti il fatto del tricheco?". Gli prometto che sì, che lo racconto, anche se non so cosa ci sia di tanto interessante. In pratica è il frusciare dei baffi sul cucchiaio. Quel suo paziente, quando lui l'imbocca, "Apra bene la bocca, professore", ha un modo di chiudere la bocca tartarughesco. Ogni boccone in cuor suo Roberto pensa speriamo che non faccia quel rumore, speriamo che non lo faccia. E invece gli scappa sempre, tutte le volte. Non riesce a sfilargli il cucchiaio dalla bocca senza che questo gli strusci sui baffi. Due bei baffi alla Nietzsche, dacché il tricheco. Roberto dice che ci resta affascinato, schifato e attratto nello stesso tempo, come ipnotizzato. Gli sembra che tutto accada alla moviola. Questo cucchiaio che piano piano fuoriesce, i peli che si incurvano elasticamente, si caricano d'energia, giungono a un punto di saturazione, lui se ne accorge, è inevitabile, lo prevede, non c'è niente da fare, frrr, sccchhh, raddrizzano la testa, frrr, sccchhh, strusciano sull'acciaio, frrr, sccchhh, minuscole goccioline di minestra sul metallo, sulle guance, qualcuna addirittura gli finisce sulla mano; frrr, sccchhh, come puoi renderlo un rumore così? Gli ho detto "Perché ti porti quelle forbici arrugginite? Hai intenzione di tagliarglieli?" Ha distolto lo sguardo. "Devo andare".
postato da: fuoridaidenti alle ore 23:14 | link |
categorie: casi umani, truculenze
martedì, 18 dicembre 2007

Know how e gli occhi del pollame

La busta poggia sullo scolatoio d'acciaio che è di fianco al lavello. E' una comune busta della spesa chiusa da un doppio nodo molto stretto. Se c'è qualcosa per cui l'ombra di mio padre indugerà un po' più sulla terra è nei miei gesti. In quello che ho imparato guardandolo, nel tempo. Mio padre era un idròlogo. Non che sia morto, non esercita più. Misurava flussi, portate, livelli dei corsi d'acqua, controllava dighe, ponti e stramazzi, registrava i diagrammi delle stazioni meteorologiche. Stava via giorni interi, specie col tempo brutto. Quando tornava, portava cose da mangiare: formaggi, verdure, uova, per lo più carne. Roba genuina e ruspante. Portava polli, anatre, conigli, capretti smezzati a Pasqua e per Natale, galline, quarti d'agnello, pezzi a culata, lacerti e colarde di vitello, salsicce, àriste, coste di maiale. Buste e buste di cartocci sanguinolenti. Lui e mia madre sistemavano tutto nel frigo. Io osservavo, mi piaceva quel viavai rosso. Mio padre, lui da solo, si occupava del pollame. Affilava i coltelli - quello da scalco, l'altro per rifinire - prendeva il tagliere, ci adagiava la carcassa, troncava testa e zampe, intaccava il collo, giusto un taglio all'attaccatura del petto, sbuzzava il ventre, affusolava la mano e poi ce l'affondava dentro, con sapienza; una sapienza tattile, esplorativa. Il pacco dei visceri veniva giù tutto intero. Talvolta c'erano uova, una spuma giallastra, mi ricordavano la polpa dei ricci di mare. Devi fare attenzione alla bile, diceva mio padre. Il sacchetto della bile, che non si rompa. Le interiora. Mi piaceva quando tagliava i ventricchi. Dentro c'erano semi, sassolini, qualche filo di paglia, tutto un tritaticcio.
Il nodo decido di tranciarlo di netto col coltello. Il set che ho sottomano è una sciccherìa. Sei coltelli, ognuno un pezzo unico d'acciaio, manico e lama, affilatissimi, c'è bisogno di dirlo? Sono convinto che se chiamassi mia figlia le piacerebbe assistere, come a me con mio padre. Mi frena il fatto che questi due piccioni hanno le piume fino a metà collo. Insomma, sono troppo vivi per esser morti. E poi c'è la questione degli occhi. Non so come cavarli. Non ricordo come faceva mio padre. E non ricordo nemmeno come facesse coi budelli. I budelli. Ci fanno il sugo, coi budelli. La mia ex-suocera ci sapeva fare il sugo. Buoni. Perché, la testa dei piccioni, a succhiarsela, dico, è poco buona? Come faccio però a cavargli gli occhi? Alla fine decido: tronco di netto. E' così che si perdono le tradizioni, i sapori, alla fin fine la cultura. Finché qualcuno ti scodella le cose bell'e fatte che ci vuole? La trippa, per dire, ripulita, sbiancata, quel bollire ore ed ore, schiumosi afrori ùrici per casa. Magari ti nascondi dietro al fatto che tanto, a te, la trippa non piace, che ti fa schifo, come i rampi del pollo, il tenerume del grifo, i nervetti, il midollo dell'osso buco, la cartilagine del ginocchio, le ossa spugnose, qualcuno ancora le succhia le ossa del brodo? Il collo d'oca ripieno, i fegatini, la testina d'agnello, il cervello dei piccioni. Se solo sapessi come cavargli gli occhi.
postato da: fuoridaidenti alle ore 16:57 | link |
categorie: truculenze