La busta poggia sullo scolatoio d'acciaio che è di fianco al lavello. E' una comune busta della spesa chiusa da un doppio nodo molto stretto. Se c'è qualcosa per cui l'ombra di mio padre indugerà un po' più sulla terra è nei miei gesti. In quello che ho imparato guardandolo, nel tempo. Mio padre era un idròlogo. Non che sia morto, non esercita più. Misurava flussi, portate, livelli dei corsi d'acqua, controllava dighe, ponti e stramazzi, registrava i diagrammi delle stazioni meteorologiche. Stava via giorni interi, specie col tempo brutto. Quando tornava, portava cose da mangiare: formaggi, verdure, uova, per lo più carne. Roba genuina e ruspante. Portava polli, anatre, conigli, capretti smezzati a Pasqua e per Natale, galline, quarti d'agnello, pezzi a culata, lacerti e colarde di vitello, salsicce, àriste, coste di maiale. Buste e buste di cartocci sanguinolenti. Lui e mia madre sistemavano tutto nel frigo. Io osservavo, mi piaceva quel viavai rosso. Mio padre, lui da solo, si occupava del pollame. Affilava i coltelli - quello da scalco, l'altro per rifinire - prendeva il tagliere, ci adagiava la carcassa, troncava testa e zampe, intaccava il collo, giusto un taglio all'attaccatura del petto, sbuzzava il ventre, affusolava la mano e poi ce l'affondava dentro, con sapienza; una sapienza tattile, esplorativa. Il pacco dei visceri veniva giù tutto intero. Talvolta c'erano uova, una spuma giallastra, mi ricordavano la polpa dei ricci di mare. Devi fare attenzione alla bile, diceva mio padre. Il sacchetto della bile, che non si rompa. Le interiora. Mi piaceva quando tagliava i ventricchi. Dentro c'erano semi, sassolini, qualche filo di paglia, tutto un tritaticcio.
Il nodo decido di tranciarlo di netto col coltello. Il set che ho sottomano è una sciccherìa. Sei coltelli, ognuno un pezzo unico d'acciaio, manico e lama, affilatissimi, c'è bisogno di dirlo? Sono convinto che se chiamassi mia figlia le piacerebbe assistere, come a me con mio padre. Mi frena il fatto che questi due piccioni hanno le piume fino a metà collo. Insomma, sono troppo vivi per esser morti. E poi c'è la questione degli occhi. Non so come cavarli. Non ricordo come faceva mio padre. E non ricordo nemmeno come facesse coi budelli. I budelli. Ci fanno il sugo, coi budelli. La mia ex-suocera ci sapeva fare il sugo. Buoni. Perché, la testa dei piccioni, a succhiarsela, dico, è poco buona? Come faccio però a cavargli gli occhi? Alla fine decido: tronco di netto. E' così che si perdono le tradizioni, i sapori, alla fin fine la cultura. Finché qualcuno ti scodella le cose bell'e fatte che ci vuole? La trippa, per dire, ripulita, sbiancata, quel bollire ore ed ore, schiumosi afrori ùrici per casa. Magari ti nascondi dietro al fatto che tanto, a te, la trippa non piace, che ti fa schifo, come i rampi del pollo, il tenerume del grifo, i nervetti, il midollo dell'osso buco, la cartilagine del ginocchio, le ossa spugnose, qualcuno ancora le succhia le ossa del brodo? Il collo d'oca ripieno, i fegatini, la testina d'agnello, il cervello dei piccioni. Se solo sapessi come cavargli gli occhi.